Regia: Nino Bizzarri

Fotografia: Roberto Antonutti, Silvio Giulietti, Sandro Zoico,

Claudio Salmaso

Montaggio: Nicola Di Lecce, Giorgio Guido

Musiche: George Winston, Georg Friedrich Hendel,

Philip Glass, Pieter Burke, Jeremy Peyton Jones

Produzione: Franco Porcarelli per Rai International

Formato riprese: Betacam SP

Colore

durata: 29′

Anno di produzione: 2003

LA FENICE è il nome leggendario di un teatro leggendario. Costruito a Venezia nel 1792, fu completamente distrutto da un incendio nel 1836. Come vuole il suo nome risorse, in due anni,  dov’era e com’era. Ma un altro rogo la notte del 29 gennaio 1996  lo ha ridotto in cenere. L’evento é stato terribile.

Immaginato come un Requiem,  il film è costruito senza una parola. A raccontare sono le immagini i suoni in presa diretta e la musica: ossia il corpo del teatro e il fuoco che lo divora, strani uomini in costume arrampicati sui tetti, e un uccello meccanico di nome Drago 30 che volteggia sul luogo…  Il racconto è scandito in quattro parti, che non sono indicate ma sono riconoscibili, idealmente contraddistinte da quattro titoli: la gloria, l’agonia, il lamento, il presagio.

RASSEGNA STAMPA

Festival di Palazzo Venezia Rassegna
internazionale di film e documentari sull’arte
2 7.V.04

DOV’È LA FENICE di Nino Bizzarri

Brucia la Fenice: dopo i fasti, dietro la sfilata dei divi del passato, Liza Mannelli, Gregory Peck: nessuno di loro è bastato a fermare le mani dei due elettricisti ben intenzionati a provare l’incubo del fuoco, una scommessa anche per loro stessi. L’annuncio radiofonico del processo è laconico: fa rabbrividire le ossa mentre il fuoco divampa, si estende, continua tenacemente ad avvolgere ogni cosa. Gli stucchi, le statue, le case vicine oscurate dal fumo, rese quasi una nuvola in assorbibile dal cielo. Nino Bizzarri ha reso un capolavoro dì arte cinematografica: il “solo immagine” è bastato a far accapponare la pelle agli spettatori di questo dialogo senza parole fra teatro e spazio dello sguardo. Il pathos che evoca è lungimirante e desueto, come non ce ne sono oggi: senza lacrime, privo di sospiri, fa fuoriuscire lamenti lancinanti dal cuore ad ogni guizzo di fiamma. La gru della ricostruzione, i lavori a rilento dal 1997, i piccioni appollaiati sulla gru, la finta lettera del ragazzo che guarda alla riedificazione, non fanno che aumentare lo sconcerto di fronte ad una perdita che non sarà mai totalmente recuperata nella sua essenza.

di Livia Bidoli

Com’è costruito DOV’E’ LA FENICE

INTERVISTA PER UNA TESI DI LAUREA, UNIVERSITÀ ROMA TRE. (2007) Estratti

Che cosa l’ ha spinta a fare un documentario sull’incendio della Fenice?

Un giorno, dopo la fine del processo per l’incendio, che si era chiuso con la condanna di due responsabili, stavo parlando  con Franco Porcarelli, il produttore, ad è stato lui che mi lanciò l’idea di fare qualcosa. Io avevo visto chissà quante volte le immagini del fuoco passate nei telegiornali, sempre le stesse, cinque minuti ripetuti infinite volte, e mi ero chiesto che cos’era successo in realtà, dato che l’incendio era durato una notte intera. Il fatto che non s’era trattato di un incidente, ma erano stati scoperti i colpevoli (due elettricisti in ritardo sui lavori), per quanto la cosa fosse agghiacciante non modificava la domanda: cos’era accaduto durante quella notte, che cosa aveva significato la riduzione in cenere di un luogo come quello, così raro, prezioso, carico di storia, e di vita realizzata?  Di tutto questo nulla era passato attraverso l’informazione, perchè l’informazione ha bisogno di essere rapida, deve accumulare il massimo possibile di notizie sul momento e passare oltre.

Dove è stato reperito il materiale per il documentario? In quali archivi?

In nessun archivio, in realtà. Era materiale raccolto in una stanza nella sede Rai di Venezia. Comprendeva le riprese fatte da tutti quelli che erano accorsi alla Fenice quella notte: operatori della Rai e altri arrivati spontaneamente. Quando andai a curiosare mi accorsi che c’era una quantità incredibile di cassette accumulate, di materiale  grezzo. Ho cominciato a visionarlo è ho sentito il batticuore.

Ci può descrivere in grandi linee quali sono stati i passaggi fondamentali per la costruzione del documentario?

Prima di scoprire il materiale avevo in mente un progetto di massima che prevedeva il ricorso al ricordo di varie persone, da quelle che avevano assistito all’incendio, agli abitanti delle case vicine, i musicisti che avevano passato una vita all’interno del teatro, i vigili del fuoco, ecc…  

Ma di fronte alle immagini ho subito pensato che il film da fare era un altro. Oddio, il girato era spesso girato male, ripetitivo, inerte, ma c’era anche del materiale notevole. Allora ho pensato che era il caso di accettare una sfida: fare il film esclusivamente con immagini e suoni, senza parole, né dei cosiddetti testimoni, né di un eventuale testo fuori campo. Tutto il racconto doveva prendere corpo attraverso la giustapposizione dei vari frammenti esistenti senza una sola parola di supporto.

Il lavoro determinante quindi è stato quello della scelta, la selezione delle immagini da montare. Ho portato tutto in una sala di montaggio a Roma e ho passato parecchio tempo a studiare il girato, almeno un paio di mesi, per scegliere in base a un criterio: bisognava costruire un tessuto visivo omogeneo,  in modo che non si avvertisse che le inquadrature erano frutto di mani diverse, si doveva creare l’impressione che fossero tutte filmate dalla stessa mano. Altrimenti  sarebbe passata  la sensazione di un cumulo di materiali rimediati, e questo avrebbe impedito di costruire un racconto. Perciò mi sono messo a visionare, a volte quasi fotogramma per fotogramma, tutte le inquadrature utili. In montaggio oggi, con il digitale alcune cose si possono correggere,  per esempio il croma, la qualità cromatica, ma altre non si possono correggere. Se l’inquadratura non è equilibrata, se il punto di vista è troppo basso, troppo alto, troppo ravvicinato, se non è centrato, non si può correggere. E per il film, per costruire l’impressione, anzi, la concreta sensazione, dell’incombere del fuoco, era necessaria una gamma completa, intera di inquadrature.

È d’accordo nel definire “Dov’è la fenice” un documentario narrativo di montaggio?

Quando si dice film di montaggio, nel gergo comune, si intende quel genere di documentari storici che è la messa in ordine cronologico di cose scovate negli archivi, la cui funzione è quella di illustrare accadimenti e personaggi storici. Se questo è il documentario di montaggio, DOV’E’ LA FENICE è un’altra cosa. Non è fatto per rendere conto di un periodo storico, non è fatto per illustrare la ratio di una serie di accadimenti, il suo intento non è far passare dati o interpretazioni, non è nulla di tutto questo. Il film è montato secondo un criterio di costruzione che tende non a informare, o ad insegnare, ma a far sentire ciò che accade. 

Per dire qualcosa di più preciso, posso segnalare che DOV’E’ LA FENICE è una sorta di requiem diviso in  quattro capitoli, che non sono indicati, ma regolano la scansione e le durate del racconto. I capitoli sono: La Gloria, L’Agonia, Il Lamento e Il Presagio. Nella prima parte, lo spettatore percepisce com’era il teatro prima del rogo, un luogo carico di vita realizzata, ossia di gloria. Poi c’è il capitolo dell’agonia: l’incendio e le numerose prove per domarlo, il tentativo umano di essere più forte della morte, ma la morte prevale. Poi c’è la fase del lamento: finita la notte, il giorno dopo una macchina a mano descrive cosa resta a fuoco spento. E’ qualcosa che sgomenta, addolora. E’ il momento del lutto. E infine, il presagio. Dato dai primi segni della rinascita: la morte è prevalsa, ma non è detto che significhi la sua vittoria, perché esiste anche la facoltà di ritrovare qualcosa che abbiamo perduto.

Ecco il senso della costruzione —  noi non sentiremmo dolore se prima non avessimo avuto modo di amare il teatro, e non sentiremmo il senso di liberazione finale se prima non avessimo sentito l’angoscia della perdita.

 

II° INTERVISTA PER UNA TESI DI LAUREA, UNIVERSITA DI PARMA, (2007) Estratti         

In effetti, quando all’epoca ho sentito la notizia dell’incendio in televisione, e comunque non ci ero mai stato e non avevo mai visto dal vivo la Fenice, non era per me una notizia sconvolgente, ma vedendo il suo documentario mi è stata trasmessa l’emozione di quell’evento. Lei ha parlato molto del fuoco, ma nel suo documentario è molto presente e forte il rapporto tra fuoco e acqua. E’ quasi un colmo che una città circondata e fondata sull’acqua, vada a fuoco…

E’ un rapporto quello tra il fuoco e l’acqua dove l’acqua soccombe, perché sembra non avere nessun potere, nessuna capacità, nessuna possibilità di arginare la potenza assoluta, misteriosa e tremenda del fuoco, non ce la fa. C’è anche il momento in cui compare l’elicottero, che sembra un elicottero cinematografico, che arriva da un film americano, invece è un elicottero che i vigili del fuoco avevano a disposizione ed è l’ultimo tentativo per cercare di salvare il salvabile, ma non ha nessun effetto, l’acqua che riversa si disperde totalmente, come una polvere, anche perché c’era del vento. Il fuoco è al massimo  della sua potenza distruttiva quando ad aiutarlo c’è il vento, che sembra voler infierire, sembra star lì proprio per combattere a fianco del fuoco e quindi il vento e il fuoco contro l’acqua, la rendevano assolutamente impotente. C’è qualcosa di patetico quando entra in scena l’elicottero,  che butta giù quelle secchiate d’acqua che si polverizzano nell’aria. E’ la scena di un duello impari, e il protagonista soccombe senza avere colpa. Montando il film, mi accorgevo che il racconto fuoriusciva da un registro realistico, al punto che alla fine, quando c’è quel campo lungo, anzi lunghissimo, che chiude la sequenza del fuoco, prima che si passi al giorno dopo, sembra per un attimo di vedere da lontano l’incendio delle mura di Troia. E’ qualcosa che sta sullo sfondo, e io avevo la sensazione che dopo un quarto d’ora , dopo 10- 12 minuti in cui vedi il fuoco divorare il corpo dell’edificio, tu non sei più di fronte a qualcosa che sai essere accaduto una certa notte a Venezia, ma di fronte ad una cosa, terribile, che accade sempre.

C’è un’altra sequenza che mi ha molto  interessato: quella in cui la città si svela lentamente dietro il passaggio di una nave. C’è quasi l’illusione che Venezia fuoriesca dalla pancia di questa nave, e in effetti Venezia è nata dall’acqua. Ma ci ho visto anche il rapporto con la modernità, il progresso. Qual è secondo Lei il rapporto di Venezia con la modernità? Una modernità che può distruggere o salvare Venezia?

Né l’uno e nell’altro. Il progresso  è qualcosa di fatale, da una parte è necessario, dall’altra è nocivo, però è un processo ormai intrinseco allo stato del mondo, non è più immaginabile un arresto, un blocco. Se non per via di una catastrofe. Per fortuna è caduto il mito del progresso che porterebbe solo beneficio, quello era un abbaglio. Distrugge nel corso del suo rivelarsi, nel corso del suo procedere, c’è un lato distruttivo. Venezia si è giovata, si giova e sicuramente si gioverà di alcune cose che hanno a che fare con la modernità, dall’altra però ha anche un destino di grande fragilità.

Mi ha colpito molto l’immagine dell’uomo seduto all’interno del teatro distrutto che ad un certo punto si alza e se ne và. E’ l’ultimo spettatore della Fenice?

Su questo sei libero di pensare quello che preferisci… non vorrei commentarla. A me ha colpito perché l’uomo è solo, vestito di nero, indossa un cappotto-mantello e attraversa le rovine con un’aria indifferente, la scena è terribile, ha ispezionato le rovine ma questo non gli fa nessun effetto. A me stupisce,  e non mi sono neanche chiesto che cosa passa da quella figura, ho trovato che doveva esserci.

Ma tornerei un attimo sull’immagine della nave, perché quella invece è voluta, quella è una delle parti girate da me. A quel punto del film serviva un’idea per uscire dal capitolo del lutto. Perché dopo  il fuoco c’è la contemplazione del teatro distrutto, un’esplorazione dolorosa, quella è la parte dove viene da piangere. La parte precedente, in cui senti l’agonia, comunica una sorta di angoscia, paura, terrore..

Quasi incredulità…

Infatti, sei attonito. Poi c’è il pianto, per la morte che ha vinto sulla vita. E’ il lutto, il senso del lutto. Infine c’era il bisogno  di uscire dal clima  del lutto, nel modo più radicale possibile, definitivo, non doveva restare nulla nell’aria, qualcosa doveva passare sullo schermo e portar via totalmente il senso di morte…

E la nave se lo porta via…

Sì, la nave è una specie di grande figura, non è soltanto una nave, ma qualcosa di enorme, la figura di un gigante che occupa l’immagine intera, e che scivolando via purifica l’aria liberando Venezia: tornano i colori, l’azzurro del cielo, e la luce. Mi ero domandato come fare e mi sono ricordato di aver assistito più volte da San Giorgio Maggiore  al passaggio delle navi da crociera che arrivano e partono da Venezia quasi tutti i giorni. La prima volta ero rimasto shockato, hai difficoltà a mettere in relazione la grandezza smisurata di quelle macchine semoventi sull’acqua con la dimensione minuta, quasi tremante, di Venezia. Quindi mi sono posizionato sul bordo dell’isola di San Giorgio in modo da avere dall’altra parte lo skyline più famoso di Venezia, e la nave abbastanza vicina  da occupare per qualche attimo lo schermo intero.

È quasi un sipario…

Esattamente. Un sipario che chiude una parte della rappresentazione e ne apre un altro. Subito dopo c’è il capitolo del Presagio, in cui si annuncia qualcosa, ossia l’inizio della rinascita. Nel caso della Fenice questa non è semplicemente una buona cosa, la rinascita è nella sua natura. 

Il destino nel nome…

Accadono cose difficili da spiegare, che  però sono evidenti, hanno una loro evidenza: il teatro porta quel nome, era già successo nel ’36, viene distrutto dal fuoco, rinasce, nello stesso luogo, viene distrutto nuovamente dal fuoco, rinasce nello stesso luogo… Quel nome sancisce la sua vita particolare, il teatro rispetta la promessa contenuta nel nome, la necessità di un morire che non è definitivo. 

E’ il segreto dell’eternità…

E’ qualcosa che sta all’origine della nostra civiltà. 

Il finale del documentario è aperto. Gli uccelli sono ritornati a costruire i loro nidi sulle gru del cantiere, e i veneziani cominciano a ricostruire il loro “nido” che è il teatro. Tuttavia Lei non mostra il teatro ricostruito: è stata una scelta voluta?

Assolutamente, in fondo cosa importava? Ai fini del racconto importava far vedere il teatro   completamente ricostruito? No, era sufficiente dire: il teatro rinasce, il teatro non è morto per sempre. Quell’incendio che sembrava avere un potere totale, in realtà (non è un processo immediato, richiede del tempo, ma non ha importanza, quello che conta è che alcune cose accadano) viene sconfitto, c’è una vitalità intrinseca nell’uccello fenice che non può essere annientata dal fuoco. Anzi il fuoco probabilmente aveva spazzato via una struttura, un involucro, che aveva chiuso il suo ciclo, non in quanto Teatro La Fenice, ma in quanto forma attuale del teatro la Fenice. Questo è detto nel film dalla sequenza della lettera che racconta degli uccelli. Una cosa che mi ha colpito quando me l’hanno raccontata: gli uccelli che abitavano su tetto del teatro e vi avevano fatto il nido, non erano andati via, sono rimasti sul luogo, hanno aspettato che il teatro risorgesse. Quando sono arrivate le gru per cominciare la ricostruzione, infatti, hanno fatto il nido sulle gru, sicuri che il loro posto sarebbe tornato a essere quello che era. E’ notevole no? Un elemento naturale, ossia un uccello, non ha mai preso in considerazione l’idea che il teatro fosse sparito, ma solo che sarebbe stato assente per un po’ di tempo, bastava aspettare. Questo è raccontato nel film attraverso una piccola finzione, la lettera, che è del tutto inventata. Era il solo modo per far passare questa cosa magica degli uccelli, e ho pensato ad un ipotetico viaggiatore che arriva a  Venezia, gli capita di abitare in un albergo vicino alla Fenice e il portiere gli fa notare il nido in cima alla gru.