Testi e regia: Nino Bizzarri
fotografia: Francesco Carnevali, Alessandro Signori
suono: Oscar Seno, Lorenzo Gioioso
montaggio: Giorgio Guido
con: Tullio Pinelli, Anna Proclemer, Franca Valeri,
Raffaele La Capria, Rosetta Rota Flaiano (la moglie),
Bruna Parmesan, Masolino D’Amico.
musiche: John Surman, René Aubry, David Darling,
Gianfranco Pernaiachi, Craig Armstrong, Tom Waits,
Paki Zennaro, Gerolamo Frescobaldi, Wim Mertens.
Prodotto da Franco Porcarelli per Rai International
Formato riprese: DigitalBeta e DVCam,
Durata: 70′
Anno di prod: 2002/2003.
Un Flaiano misconosciuto, il suo lato dolente, il più vero.
Noi siamo tra quelli che credono che dietro la vulgata insistente del Flaiano uomo d’ingegno, spiritoso, formidabile battutista, fustigatore dei costumi, bravo sceneggiatore un po’ irritabile e permaloso, c’è in realtà un’altra persona. C’è un uomo di una purezza adamantina che ha conosciuto, fin da bambino, tutte le forme del dolore.
Scrittore esistenziale, notturno, e a suo modo religioso, è uno dei grandi autori italiani del Novecento. L’UOMO SEGRETO mostra il suo cuore tragico e il suo essere poeta. Rischiara il suo lato umano — il rapporto con la madre, la moglie, la figlia malata, e le altre donne — che nessuno ha mai potuto raccontare perché ostinatamente e sistematicamente lui lo nascondeva. E scava nel rapporto ombroso, eppure viscerale, che lo legava a Pescara, la città dov’era nato e dove un giorno, ancora bambino, era stato messo da solo su un treno per Roma, con una piccola valigia, qualche libro, vestiti niente…
THE SECRET MAN
The unknown Flaiano, his wounded, true self
We are among those who consider Flaiano one of the greatest Italian writers of. the 20th century. Not the icon of intelligence, the critic of custom and the brilliant acute journalist, insistently handed down to us, but one of the names destined to last. His extreme modesty – during an era dominated, within the sphere of culture, by the creed of the peacock – resulted in his leading his entire life under a shadow that hid his true worth from his contemporaries. Time, however, is beginning to do him justice.
A nocturnal, existential writer, religious in his own way, Flaiano had nothing in common with either Neo-Realism or the avant-garde – the two imperatives of his time. Aloof, as well, from the creeping cynicism haunting Italian comedy, he possessed instead the clear, unyielding gaze of the Sceptic. He was the quintessential modern man, singular, with no attachments and no abode. But he was capable of great pity (pietas), all of a sudden; ready to take all the suffering of the world upon himself.
is not by chance that Flaiano was the only critic in Italy to grasp the importance of Rossellini, beginning with Stromboli, when all the others censured him for involution. Flaiano was also the only one to defend Domenica d’Agosto, Luciano Emmer’s first film, against generai critical disdain. And, he was the first to affirm the sense of art in the work of Totò and Peppino de Fillipo. And so on, and so on.
L’Uomo Segreto reveals Flaiano’s tragic core, and the fact that he was a poet. It recounts aspects of his humanity – his relationships with his mother, his wife, his ailing daughter and other women – which no one could relate before, as they were obstinately and systematically concealed by the man himself. The film also delves into the morbid, though visceral, rapport tying him to Pescara, where he was born. It was there one day, when stili a boy, that he was put on a train all alone with a small valise containing a few books, and no clothing.
RASSEGNA STAMPA

Lo sapete chi si nascondeva dietro Flaiano?
Triste, solitario, y final, un uomo guarda il mare seduto su una panchina. È un uomo nella sua piena maturità, che poco prima abbiamo visto percorrere il largo marciapiede di una metropoli straniera con un passo assieme timido e sicuro. Quell’uomo è Ennio Flaiano, così come ci appare in alcune sequenze di repertorio, d’un moderno bianco e nero che non sa di «Amarcord», scelte da Nino Bizzarri per il film che ha realizzato su di lui con il titolo L’uomo segreto.
In calendario il 5 settembre al Festival di Venezia, nella sezione «Nuovi Territori», L’uomo segreto non si sofferma sul Flaiano ironico epigrammista, sfiora appena la sua avventura letteraria, cita brevemente le sue molte esperienze di sceneggiatore, ma indaga sul modo che Flaiano aveva di guardare alle cose del mondo, al mestiere di scrivere, all’avventura di vivere. Ne esce il ritratto d’un uomo difficile, controverso, di grande purezza, «un uomo solo, moderno, senza appartenenze, che lavora in maniera frammentaria, ma che si è rivelato uno dei grandi autori del Novecento. Un maestro, un gigante, uno dei pochi destinati a restare. Il tempo lavora per lui», sostiene Bizzarri. Del resto Adelphi ha rilevato i diritti della sua opera, già quasi tutta pubblicata da Rizzoli, poi riunita da Bompiani in due volumi, ma a tutt’oggi ancora ricca di inediti, conservati nel «Fondo Flaiano» che si trova a Lugano.
Il Flaiano che Bizzarri ci racconta, sorprendendolo ancora ragazzo, senza occhiali e senza baffi, sulla spiaggia della sua città natale, Pescara, inseguendolo attraverso certe sue interviste, alcuni suoi scritti, e le testimonianze dei suoi amici più cari, Raffaele La Capria, Anna Proclemer, Franca Valeri, dello sceneggiatore Tullio Pinelli, di sua moglie Rosetta, dell’amica Bruna Parmesan, di Masolino d’Amico, figlio di quella Suso Cecchi d’Amico con cui Flaiano ha tanto lavorato, e con la quale immaginava di aprire una botteguccia in cui aggiustare e rimpolpare sceneggiature venute non troppo bene, è un uomo che ha accuratamente tenuto in ombra gran parte di sé, salvo poi farla affiorare in termini poetici o artistici. «Un uomo molto segreto», lo definisce Anna Proclemer, che racconta d’aver saputo – lei, Brancati ed Ercole Patti e tutto l’entourage del Mondo – della malattia della figlia «soltanto per vie traverse». «Un grande amico di cui non so quasi nulla», ammette Pinelli, che ricorda d’aver avuto una conversazione un po’ più intima con lui soltanto una volta «…mentre eravamo tutti e due affacciati alla finestra dello studio di Fellini». Ma poi ecco apparire, fra gli scritti di Flaiano, la piena confessione dell’atroce sofferenza provata per la malattia della piccola Luisa, detta Le’-Le’ – una encefalite che la colpì a quattro mesi e che la segnò indelebilmente – descritta con impudica minuzia in poche, terribili righe che hanno la forza di un classico: «…avevo rovesciato la situazione, decidendo che il morto ero io», scrive Flaiano. Consumata dall’età, fragile come un piccolo coleottero, Rosetta Flaiano racconta di aver scelto di insegnare matematica a Ginevra perché «volevo che lui si liberasse dì noi. Però, quando ho finito l’anno accademico è venuto a prenderci, me e Luisa».
Al dunque Flaiano abitava solo, a via Isonzo 32. Là Fellini gli scriveva lettere affettuose firmando «un bacino dal tuo amico Federico». Affettuosità che talvolta Flaiano non ricambiava: se Tullio Kezich nella sua biografia di Fellini ha dato conto con minuzia del complesso rapporto che li ha legati, Bizzarri sceglie una lettera che Flaiano scrive al regista dopo aver rivisto, a molti anni dall’uscita, La dolce vita, cui aveva lavorato come sceneggiatore. In quelle righe Flaiano – che è stato per molto un anomalo, ma affascinante recensore cinematografico i cui scritti sono raccolti in un volume postumo, Lettere d’amore al cinema – «riracconta» con grande lucidità a Fellini il suo stesso film, definendolo «carico di pietà e di ansia per un mondo che sta uscendo dai binari».
Benché non amasse viaggiare – «la noia e la malinconia ci aspettano dovunque si vada» – Flaiano al dunque viaggiò parecchio, e per la Rai girò un lungo documentario intitolato Oceano Canada, da cui Bizzarri ha tratto le sequenze in cui lo si vede camminare per Montreal, e osservare il mare seduto su una panchina. Non è il mare di Pescara, né quello di Fregene dove è stato seppellito in un cimitero che secondo lui possedeva ancora «una dimensione accettabile». È piuttosto un panorama interiore, in cui la malinconia non ha alcuna vocazione depressiva, ma è piuttosto vitale e spesso addirittura sulfurea.
Al dunque, Flaiano somiglia soltanto a Flaiano e L’uomo segreto non fa che confermarlo: ma la battuta pronunciata dall’intellettuale Alain Cuny ne La dolce vita «Sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per essere un professionista», da tutti considerata una sorta di suo «ritratto in piedi», oggi, riesaminata la sua figura e la sua opera, finisce per andargli stretta. Come dice Bizzarri, il tempo ha lavorato per lui.
Patrizia Carrano – Sette, Magazine del Corriere Della Sera

Speciale Venezia
L’uomo segreto di Nino Bizzarri, forse tra le opere più belle e struggenti di Venezia 2003, prodotta da RAI International. Bizzarri, infatti, ispeziona il lato oscuro di un grande del nostro cinema e della nostra cultura, Ennio Flaiano, uomo segreto, appunto, come dichiara Anna Proclemer nel film, tanto solare, arguto e geniale nella professione e nei suoi scritti, quanto schivo, ombroso, melanconico e autunnale nella vita privata. In L’uomo segreto scopriamo così quanto sia stato teneramente conflittuale il rapporto di lavoro tra Flaiano e Fellini. E quanto l’uomo fosse capace di celare dietro il sarcasmo.
Aldo Fittante – FILM TV, anno 11 n° 35


CINECITTA’ NEWS
NINO BIZZARRI ———— INTERVISTA
Un lungo carrello in bianco e nero segue l’incedere di Ennio Flaiano tra la folla e le insegne bilingue dei negozi. Lo scrittore, avvolto nel suo paltò, appare come un perfetto animale metropolitano, segugio di se stesso in una città nuova, Montreal. Questo frammento di pellicola è tratto da Oceano Canada, unico film-documentario che Flaiano girò durante uno dei suoi viaggi, ed è stato usato da Nino Bizzarri per raccontare L’uomo segreto, documentario sulla statura umana e artistica di “uno dei grandi scrittori del ‘900″.
Il documentario, nei Nuovi Territori veneziani il 5 settembre alle 19.00 in Sala Perla, racconta l’uomo malinconico e tuttavia vitale; il giovane ancora senza baffi e senza occhiali sulla spiaggia di Pescara, sua città d’origine; il rapporto non sereno tra lui e Federico Fellini, cineasta con il quale scrisse le sceneggiature di La dolce vita, 8 1/2, I vitelloni, Lo sceicco bianco e tante altre fino alla rottura definitiva. 70 minuti tra presente e passato, b/n e colore, sulle note di Wim Mertens e John Surman.
Appaiono le parole straordinarie di alcuni scritti, le lettere oltre alle testimonianze di persone a lui molto vicine: la moglie Rosetta, Masolino D’Amico, figlio di Suso Cecchi con cui Ennio Flaiano lavorò tanto, oltre agli amici come lo scrittore Raffaele La Capria, Anna Proclemer, lo sceneggiatore Tullio Pinelli e per la prima volta Bruna Parmesan.
Flaiano un “Uomo segreto”, perché?
Si è sempre detto che Flaiano rideva molto e faceva battute, in realtà rideva pochissimo e raccontava di sé ancora meno. Della malattia della figlia Luisa, chiamata affettuosamente Lelé, lo scrittore non parlò mai, neppure con i suoi migliori amici. Sul piano umano era pudico, ma non si risparmiava sul piano artistico. Flaiano sentiva la pena dell’esistenza in modo malinconico eppure vitale. Era un’artista con un alto senso della morale, specchiato, trasparente, leale nei rapporti.
Una sua frase: “Le amicizie frivole finiscono per una frivolezza”.
E’ in una lettera scritta da Flaiano a Fellini. Tra i due vi fu una rottura: Flaiano riconosceva a Fellini qualità artistiche straordinarie, eppure non lo amava sul piano umano. Dal canto suo, il cineasta riminese voleva accanto uno scrittore come Flaiano, ma si sentiva sempre messo alla prova sul piano umano.
Lei sostiene che solo ora si comincia a capire la statura dello scrittore.
Negli anni ’40, ’50 e ’60 si imponeva una scelta artistica fra neorealismo e avanguardia. Flaiano non scelse, perché pensava si trattasse di una falsa alternativa, già dissolta mentre si svolgeva. Flaiano allora era altrove, in quell’‘altrove’ che è il nostro oggi. Come scrittore fu capace, come pochi altri del nostro secolo, di raccontare con straordinaria lucidità il presente.
Lo scrittore voleva dirigere un solo film…
Sì, Melampo, da una sua novella omonima. Che Marco Ferreri usò in seguito per La cagna. Flaiano non vi riuscì perché i produttori coinvolti nel progetto, in particolare Carlo Ponti, non gli vollero mai affidare la regia, e lui si intestardì. Era la storia di un incontro nata in seguito al coinvolgimento tra lui e Camilla, un’italoamericana di New York che lavorava come giornalista di moda. Ennio Flaiano, senza averne l’aria, indagava continuamente sul rapporto uomo-donna e quella volta ci teneva a dire qualcosa di solo suo.
Chiara Nano
05 settembre 2003