Testi e regia: Nino Bizzarri
Fotografia: Alessandro Signori
Suono: Costanzo Begato, Alessandro Perna
Montaggio: Giorgio Guido
Musiche: Anouar Brahem, Thomas Karl Fuchs,
Paki Zennaro, Roger Eno, Nicola Alesini, PL Andreoni
Produzione: Franco Porcarelli per Rai International
Formato riprese: Beta SP, DVcam
Durata: 45′
Anni di produzione: 2002/2006 (iniziato nel 2002 terminato in settembre 2006)
Le Ombre del titolo sono quelle di una singolare compagnia teatrale che ha avuto una grande notorietà a Roma tra gli anni ’30 e i ’70, la premiata COMPAGNIA D’ORIGLIA-PALMI. Fu fondata da una coppia di giovanissimi attori, lui romano e lei lombarda, divenuti marito e moglie, cui si è aggiunta più tardi la figura, anch’essa molto singolare, della figlia. Ebbero una storia degna di un romanzo di Balzac. Osannati in tutte le città della provincia italiana per almeno trent’anni, negli anni ’60, in poco tempo, furono rifiutati da tutti i teatri. Gli impresari e gran parte della stampa ritenevano il loro stile “classico” superato, obsoleto. Ma loro, respinti e umiliati, rimasero ostinatamente fedeli al loro passato, e finirono con l’installarsi, da soli, in un piccolo anonimo teatro romano di quartiere, scelto come un nascondiglio.
E col tempo quel luogo diventò leggendario. Vi si davano convegno in platea dei detrattori accaniti, rumorosi e aggressivi, che ingaggiavano combattimenti verbali con gli attori in scena, ma anche una schiera di devoti estimatori che li difendevano, persino fisicamente, e li studiavano. Tra questi Paolo Poli, Carmelo Bene, Andrea Zanzotto, Sylvano Bussotti… e molti dei teatranti di quella che, allora, era la nascente avanguardia.
A distanza di tempo, si può ben dire, dunque, che la stagione del teatro romano moderno non è comprensibile se non come filiazione estrema della singolare, obsoleta, leggendaria, Compagnia D’Origlia-Palmi.
RASSEGNA STAMPA

Bellaria Film Festival
(,…) In gara, per soli adoratori del vero teatro, quello che si deve completamente perdere nel fantastico estremo e radicale, come auspicava Artaud, Ombre lucenti, eccentrica produzione Rai. Il regista Nino Bizzarri (produttore Franco Porcarelli, consulenza di Marianna Ventre, team che quando incide: un Montand, un Henri Crolla, una Duse… lascia segni indelebili) rende omaggio postumo alla compagnia D’Origlia-Palmi, buttandosi negli scantinati polverosi <di Bene> e trova, nei bauli abbandonati, reperti, foto anche coloniali, ricordi di sopravvissuti (l’attore Mezzanotte), costumi, spade e due illustri teste a favore (Bussotti e Paolo Poli, che li contrappone ai belli senz’anima di oggi: <bravi, ma non in tv, solo nel mio letto>). Come Ed Wood, D’Origlia—Palmi fecero teatro drastico per happv few, finché le forze, e la forza pubblica, non glielo impedirono. I loro Sem Benelli, D’Annunzio, Shakespeare, santi e sante barocche crearono un teatro moderno, striando il classicismo di melò: quanto più conservatori e inattuali, tanto più sovversivi.
Roberto Silvestri, IL MANIFESTO – giugno 2007
D’Origlia-Palmi La compagnia che ispirò Carmelo Bene
Nel fondo della mia provincia umbra, negli anni dopo la guerra, il solo teatro che era possibile vedere erano due compagnie “di giro” che ogni anno, d’inverno, vi sostavano per poche rappresentazioni: la compagnia di teatro siciliano di Angelo Musco e Rosina Anselmi con le sue farse (Musco era morto, sostituito da Turi Ferro, ma la maestosa Rosina era ferma al suo posto di capocomico e di prima attrice comica) e quella di Bianca D’Origlia e del cavalier Bruno Palmi, che metteva in scena degli improbabili Shakespeare insieme a Sem Benelli e D’Annunzio e alle vite di Sante e di martiri e, se era vicina la Pasqua, un Christus interpretato dal vecchio Palmi che parlava come nelle Bibbie più antiche: «imperocché imperocché io vi dico…». Ricordo un Romeo e Giulietta in cui Romeo era il vecchio Palmi e Giulietta la figlia Anna Maria mentre la signora Bianca faceva la nutrice… Una delle ragioni per cui, tanti anni dopo feci subito amicizia con Carmelo Bene fu che, coetanei, avevamo entrambi conosciuto il teatro attraverso la D’Origlia-Palmi, godendone come di una straordinaria sopravvivenza del teatro ottocentesco. Lui ne fece l’uso che si sa, io, per fortuna del pubblico, pensai ad altro. Negli anni cinquanta a Roma la compagnia ebbe in gestione un teatrino a Borgo Santo Spirito, in territorio vaticano, con un repertorio rigorosamente edificante. Negli anni in cui studiavo da assistente sociale lo frequentai assiduamente e imparai a riconoscere alcuni degli spettatori più fedeli: Carmelo Bene per primo e poi – un amico me li indicava – Arbasino, Paolo Poli (che rifece una loro Rita da Cascia spingendola molto sopra le righe), Sylvano Bussotti, Vito Pandolfi e una volta vi riconobbi Flaiano. Si venne alle mani più volte, e due volte c’ero, con un gruppo di cretini scesi dai Parioli a sghignazzare durante la rappresentazione, nella convinzione di essere tanto moderni… Anni dopo Nino Bizzarri fece per la tv un bel documentario sulla storia della compagnia che si chiamava, ricordo, Ombre lucenti, saccheggiando l’archivio e i ricordi di Carmelo, e per fortuna qualcosa di quella storia è rimasto. Con la D’Origlia-Palmi fecero le prime prove attori come Gian Maria Volonté, e Carmelo ne prese molti per il suo teatro e per i suoi film, a cominciare dalla stessa Anna Maria. Con la D’Origlia-Palmi una generazione poté apprezzare il teatro di un secolo prima, e c’era tanto da impararne, come ha dimostrato il più geniale attore-autore-regista del nostro Novecento
Goffredo Fofi, L’Avvenire, 2021